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Read Premio ABSL per tesi di Laurea 2006 - a cura di Roberto Colombo
Argomento: articoli



Il 31 Maggio 2007, nella Sala Conferenze di UBI-Banco di Brescia, che da sempre sostiene l'iniziativa, è avvenuta la cerimonia di premiazione degli autori delle tesi di laurea con argomento “problematiche del lavoro”, che hanno aderito al bando 2006 indetto da ABSL – Associazione Bresciana di Studio sul Lavoro.
Il concorso è ormai giunto alla sua 19° edizione ed ha il patrocinio dell'Università di Brescia, Facoltà di Ingegneria, il cui preside, Prof. Dott. Ing. Pier Luigi Magnani, è presidente della commissione giudicatrice.
Qui di seguito diamo un breve compendio delle tesi premiate, che sono disponibili per chi fosse interessato alla loro consultazione presso la segreteria di ABSL.


Primo classificato:

Michele Cotti Cottini: “Gestione risorse umane e performance innovativa d’impresa. Il caso dell'industria manifatturiera bresciana” – Università degli Studi di Brescia – Facoltà di Economia.

É vero che la “globalizzazione”, iniziata una quindicina di anni fa ed esplosa nell'ultimo quinquennio con l'apertura al mercato planetario delle economie Indiana e Cinese, ha messo in crisi le dottrine economico-filosofiche che per quasi due secoli si sono contrapposte ed hanno retto la struttura produttiva del mondo occidentale, cioè il Liberismo e il Marxismo?
Che ci sia stata un'evoluzione di entrambe in questo lungo periodo di tempo è indiscusso. La contrapposizione ideologica, che spesso si è tramutata anche in cruento scontro rivoluzionario, ha subito nella sua applicazione pratica – la gestione della produzione – evoluzioni e variazioni legate non solo alle mutate condizioni di vita, ma anche favorite dai progressi scientifici e dalle scoperte tecnologiche, con cui la sociologia, la psicologia, la politica stessa hanno dovuto fare i conti e mutarsi anch'esse. Ma questo cammino, ampiamente incompiuto e lentamente evolutosi, sebbene durato così a lungo, ha avuto uno scossone sconquassante, proprio grazie a quello stesso sviluppo tecnologico, che, dando vita al fenomeno della “globalizzazione”, ne richiede ora una necessaria, repentina e ineludibile svolta verso una nuova organizzazione di idee e di azioni pratiche. La più recente ed accreditata delle quali pare sia quella che comunemente è detta “innovazione”. 
È su questo tema che si innesta il lavoro di Michele Cotti Cottini, che immediatamente pone l'accento e richiama l'attenzione sul rapporto che possono e devono avere nella moderna struttura produttiva industriale, le tecniche pratiche di innovazione e di ricerca, e le risorse umane che queste tecniche devono gestire e governare. Queste due entità (innovazione e gestione di risorse umane), devono camminare di pari passo, ma si muovono entrambe su un terreno minato. Se vogliono sopravvivere, e quindi far sopravvivere l'industria, cioè l'economia, devono essere entrambe consapevoli che all'interno dell'azienda nulla deve essere considerato scontato o immodificabile, dalla tecnologia al management. E che l'unica strada per rimanere a galla nel mare procelloso della concorrenza mondiale, è l'essere consapevoli che “la conoscenza genera vantaggi vulnerabili solo rispetto alla produzione di nuova conoscenza”.
Conoscenza, quindi, a tutti i livelli. Conoscenza che genera innovazione tecnologica, cioè di prodotto e di processo produttivo, per contrastare la facilità con cui, oggi, prodotti e processi possono essere riprodotti. E conoscenza che genera innovazione organizzativa, e cioè in organizzazione che racchiude in sé “i nuovi meccanismi operativi, la modifica dei criteri di divisione del lavoro, la variazione dei sistemi di ricompensa, la riprogettazione dei confini e della struttura aziendale”.
I temi, quindi, con cui la moderna azienda deve confrontarsi sono:
1 – La conoscenza, non solo come risorsa individuale, ma ampiamente condivisa. Non “accentrata nelle mani dell'unità preposta alla pianificazione”, ma “capacità di ogni lavoratore di intervenire per risolvere problemi e anomalie”. E' il superamento della strutture Tayloristica nella struttura Toyotistica giapponese. “Un sistema a intelligenza distribuita è in grado di valorizzare e sviluppare il capitale umano e non può prescindere dalla sfida del coinvolgimento delle risorse umane.”
2 – Il coinvolgimento, come diretta conseguenza della conoscenza e a sua volta genitore della rivisitazione del contratto che sancisce l'accordo tra impresa e lavoratore in merito alle prestazioni si impegnano ad offrire, ma che nella struttura tradizionale denuncia imperfezioni e lacune, dato il carattere indefinito delle obbligazioni assunte da entrambe le parti. Superare ciò significa “spostarsi dal campo della contrattazione formale e dello scambio economico, a quello dei contratti psicologici e degli scambi sociali. Il rapporto di scambio economico permette di comperare il tempo del lavoratore, quello di scambio sociale consente di ottenere la sua piena collaborazione. Che può avvenire in maniera proficua solo se c'è una vera condivisione delle informazioni.
3 – La flessibilità, cioè abilità di adattamento. In ambito aziendale significa molte cose: flessibilità strategica come capacità di muoversi dinamicamente in un ambiente mutevole, modificando nel tempo la propria strategia; flessibilità strutturale, che “è la capacità di sopravvivere e svilupparsi senza apportare stravolgimenti traumatici dei propri elementi strutturali”; flessibilità operativa, cioè capacità di modificare facilmente e senza eccessivi costi, le proprie dimensioni, i volumi di produzione, l'organico; e infine flessibilità gestionale, cioè saper governare tutte queste variazioni mediante procedure, informazioni, culture, sistemi orientati al cambiamento. In questa visione appare chiaro che la flessibilità non può riguardare soltanto il fattore lavoro, pur interessandosi ad esso.
4 – Le retribuzioni, diverse dai sistemi retributivi tradizionali basati unicamente sulla posizione gerarchica ricoperta e sull'anzianità di servizio, e che concentrano le informazioni solo ai livelli più alti. Questi metodi favoriscono l'individualismo e la competizione tra i singoli. Spingono i lavoratori ad acquisire conoscenze funzionali alle loro ambizioni di carriera, piuttosto che a quelle strategiche per l'organizzazione. L'argomento retribuzioni, con le innumerevoli implicazioni che porta, è certamente tra i più articolati e prevede una lunga serie di alternative, dal premio personale all'incentivazione sottoposta al raggiungimento di determinati obiettivi, fino alla compartecipazione ai profitti dell'azienda.
Parrebbe, a questo punto, che il superamento delle vecchie concezioni sia, almeno nelle sue linee teoriche, ormai tracciato e aperto. L'autore mette in guardia da una tale suggestione: il superamento del Fordismo ha lasciato il posto “all'informe pervasività del fumo post-fordista, confuso e sfuggente”, pieno a sua volta di contraddizioni e di rischi per le aziende, e si sofferma ad indicarne le tre principali.
La prima riguarda la modifica della gestione delle risorse umane, con la sostituzione del controllo gerarchico a meccanismi di coinvolgimento e partecipazione, con la possibilità di passare dal “controllo esercitato” al “controllo esercitabile”. “Il cronometro, dalla mano di Taylor, passa a quella del lavoratore, generando un processo di auto-taylorizzazione: il controllo diventa più forte e pervasivo, ma si manifesta in forme più difficilmente percepibili.” E il tema del “controllo esercitatile” rimanda immediatamente a quello del potere, che potrebbe divenire “possibilità di influenzare le percezioni, i valori, le opinioni degli individui.”
Il secondo punto critico è dato dalla “flessibilità” , che non riguarda solo la capacità di adeguamento dell'impresa, ma investe in larga misura la manodopera. A questo aspetto si danno nomi differenti (mobilità, precarietà, etc.), ma alla base di questa strategia c'è e rimane radicato da parte del lavoratore il sentimento di incertezza riguardo al proprio futuro, che può spingersi fino ad avere risvolti psicologici del tipo “erosione del senso della personalità”, con inevitabili ricadute sociali.
Il terzo motivo di resistenza è certamente l'inerzia da vincere presente in situazioni ormai consolidate: l'eliminazione delle gerarchie da una parte e il ruolo delle forze sindacali dall'altro. Entrambe queste realtà devono fare i conti con organizzazioni aziendali profondamente diverse. Specialmente i sindacati, nati nelle grandi fabbriche fordiste per portare avanti le rivendicazioni dell'operaio di massa, perché “l'omogeneità della classe operaia, nelle sue condizioni di vita, nelle sue istanze, finanche nelle sue scelte ideologiche”, lascia il posto ad una accentuata frammentazione.
Illustrati questi principi e le loro implicazioni, l'autore compie un lavoro di verifica su un certo numero di aziende bresciane, riassumendone i dati e le conclusioni nella nota finale, che in vario modo illustra come sia ancora tortuoso ed accidentato il cammino verso quelle indicazioni che gli studiosi della materia stanno indicando. I vari aspetti dell'innovazione vengono affrontati ed assorbiti in parte e in misure differenti da ogni entità produttiva, privilegiando caso per caso, quei processi che più facilmente si adattano e si innestano nella realtà esistente. Questa è forse la contraddizione più grande di questo percorso innovativo, che sta avvenendo con tempi assai più dilatati di quanto sembrerebbe auspicabile dalle considerazioni che hanno dato premessa e punto di partenza dello studio e dell'indagine effettuata.
 


Secondo classificato:

Andrea Mazzotti: “Riduzione della variabilità dei processi aziendali: il caso Poligrafica S.Faustino” – Università degli Studi di Brescia – Facoltà di Ingegneria.

Ogni azienda, qualunque sia la sua dimensione, il suo campo di attività, il tipo di prodotto che offre, lo scopo della sua esistenza, gli obiettivi che si prefigge, è sempre costretta a muoversi e svilupparsi entro limiti di ogni genere, non sempre ben chiari e definiti, tali comunque da limitare il valore del lavoro prodotto. Tali limiti possono essere di ogni tipo: burocratici, organizzativi, finanziari, operativi, conoscitivi, tecnologici, etc. , ma in ogni caso rappresentano dei vincoli al desiderato evolversi della vita aziendale.
La Theory of Constraints (TOC), ribattezzata in italiano Teoria dei Vincoli, è una teoria sistemica che si prefigge lo scopo di gestire il vincolo senza eliminarlo perché esso rappresenta il fulcro intorno a cui si muove tutto il sistema. Per questo si parla esclusivamente di sfruttamento e subordinazione del vincolo: lo sfruttamento va nella direzione di far lavorare il vincolo sempre a pieno ritmo; la subordinazione deve portare il sistema a essere da supporto al vincolo in modo da permettergli di avere a disposizione tutto il necessario per lavorare a pieno ritmo. Andrea Mazzotti esamina questa teoria e illustra i risultati della sua applicazione in una importante azienda bresciana, mettendo in luce gli aspetti positivi, ma non trascurando di menzionare i passaggi di più critica attuazione, inevitabili nel trapasso dalle enunciazioni teoriche all'adattamento pratico.
In ogni sistema è possibile individuare un elemento o un fattore limitante che impedisce il raggiungimento dell'obiettivo. La TOC chiama questo fattore constraint, cioè vincolo.
È possibile individuare tre categorie di vincoli: i throughput constraints, i policy constraints e i paradigm constraints.
I vincoli di throughput sono quelli di natura fisica quali possono essere macchine, risorse oppure competenze. (Throughput rappresenta il ritmo con il quale l'azienda genera denaro attraverso la vendita dei propri prodotti, quindi è il fatturato netto meno tutto quanto speso per acquistare le materie prime trasformate.)
I vincoli di policy riguardano le politiche aziendali e sono l'insieme delle regole, politiche o misure che non permettono all'azienda di crescere.
I vincoli di paradigm, o vincoli cognitivi, sono un insieme di modelli mentali che guidano le azioni e i pensieri di ogni persona, ma che impediscono di poter trarre il maggior profitto dalle nostre conoscenze e capacità. 
Il miglioramento delle prestazioni di un sistema è misurabile con la velocità con cui si genera throughput e ciò passa dalla corretta determinazione del vincolo e da una sua accurata gestione. La teoria indica una procedura ben definita che si sviluppa in cinque passi:

  1. Identificare il vincolo del sistema : non è importante stabilire una precisa gerarchia, perché comunque tutti i vincoli sono affrontati prima o poi.
  2. Decidere come sfruttare il vincolo: capire e decidere come sfruttarlo all'ultima goccia. Per esempio se il sistema ha sufficiente capacità produttiva per soddisfare tutta la sua domanda, il vincolo è il mercato e l'obiettivo deve essere quello di effettuare tutte le consegne in tempo.
  3. Subordinare tutto il resto alla decisione presa al passo 2
  4. Elevare il vincolo: aumentarne la capacità.
  5. Se nel passo precedente il vincolo è stato rotto ritornare al passo 1: non restare bloccati a lavorare su una risorsa che non costituisce più vincolo.

Gli strumenti logici della TOC forniscono una metodologia di risoluzione che aiuta la comunicazione e la collaborazione necessarie ad un'implementazione di successo. Possono creare potenti soluzioni generiche per le diverse aree organizzative tra cui: produzione - project management – distribuzione - relazioni con il cliente - marketing e vendite.
Possono anche essere utilizzati per migliorare la comunicazione e l'efficacia delle attività quotidiane attraverso: soluzione di conflitti quotidiani - valutazione di un'idea e feedback - costruzione di un gruppo di lavoro - empowerment e delega.
Basati sull'investigazione dei legami causa-effetto a supporto della realtà, hanno oltrepassato i limiti della gestione d'impresa e sono utilizzati anche in molte altre aree di gestione dei rapporti umani Per problemi più ampi e complessi, sono utilizzati insieme, come guida nella risposta alle tre domande del cambiamento: che cosa cambiare - in che cosa cambiare - come realizzare il cambiamento. Questi strumenti logici fanno uso di tecnologie che nascondono dei percorsi ben precisi, seppur dotati di nomi poeticamente intriganti (La nuvola del conflitto - L'Albero della Realtà Corrente - L'Albero della Realtà Futura - La nuvola delle implicazioni negative - L'albero dei prerequisiti - L'albero della transizione).
L'applicazione di questi concetti e delle norme contenute in questa teoria, è stata effettuata presso la “Poligrafica S.Faustino”, importante azienda bresciana quotata in borsa ed operante nel settore della grafica, partendo da un esauriente e completo quadro delle metodologie e dei processi di lavorazione per l'intera gamma di produzione. 
Il primo passo è stato di valutare le prestazioni dei processi aziendali utilizzando un indicatore di semplice e diretta comprensione chiamato “Overall Equipment Effectiveness (OEE)” che esprime il rapporto tra il tempo realmente impiegato per la produzione e quello che si ha a disposizione.
Questo indicatore ha il vantaggio di avere due effetti combinati: determina il rendimento complessivo per ogni singolo impianto o macchina cui è applicato e individua gli aspetti critici che non gli permettono di rendere in maniera ottimale, tenendo presente che tutti gli impianti sono soggetti a quelle che sono chiamate le “sei perdite principali”: fermate per guasti - set up delle macchine e attrezzature - riduzioni di velocità - fermate minori - scarti e non conformità – rilavorazioni.
Detto questo, ed individuati i vincoli su cui lavorare, cui è stata data una scala di priorità, si è passati all'esame delle inefficienze, mediante una schedulazione realistica attendibile rispetto alle potenzialità produttive, così da eliminare le cause di inefficienza in modo da garantire che un maggior numero di ore possano essere dedicate alla produzione in maniera stabile e duratura nel tempo. In pratica si vogliono avere processi con un'efficienza elevata, con una variabilità ridotta e soprattutto in controllo statistico. Conseguenza diretta di questo lavoro, condotto in ambito dell'azienda esaminata secondo i criteri indicati dalla Teoria, discende il ruolo primario della formazione del personale che si è impostata col il metodo “5 S”, propria di uno stile partecipativo di direzione, e che rappresenta uno strumento per indurre l'appropriazione della postazione di lavoro da parte degli operatori, la costruzione del team intorno alla casa comune, e pone le premesse per l'attivazione di attività di automanutenzione.
 

Terzo classificato ex aequo:

Riccardo Cominotti: “Near net shape technologies: applicazioni innovative delle tecnologie di deformazione plastica” – Università degli Studi di Brescia – Facoltà di Ingegneria.

La produzione in serie di grandi quantità di particolari meccanici necessari per comporre quantità altrettanto grandi di prodotti finiti, come per esempio elettrodomestici, automobili, mezzi di trasporto in genere ed altro ancora, ha obbligato a individuare e percorrere vie diverse dalle tradizionali allo scopo di ottenere risparmi di energia e di materia prima e contemporaneamente di accelerare i tempi di fabbricazione. Le ricerche tecnologiche in questa direzione, accompagnate da similari studi sui materiali, sulle macchine, sugli utensili e sui metodi di lavorazione, richiedono conoscenze, strumentazioni, laboratori, tecnici e software che solo poche aziende al mondo di grandissime dimensioni potrebbero permettersi in maniera autonoma. A supporto di queste aziende e delle molte altre che dei risultati della ricerca potrebbero fare buon uso, esistono laboratori specializzati, centri di ricerca, Università che, se adeguatamente supportate dal punto di vista economico, producono innovazione tecnologica. 
In uno di questi centri, il Fraunhofer Institut Werkzeugmaschinen und Umformteknik di Chemnitz (Germania), Riccardo Cominotti ha seguito l'evoluzione di un processo di lavorazione di un albero in acciaio da cementazione (16MnCr5) utilizzato per la costruzione di un componente di un cambio di velocità ad uso automobilistico.
Il processo, chiamato Near net shape, sostituisce la tradizionale lavorazione per asportazione di truciolo con un procedimento di deformazione plastica che si differenzia totalmente dalla forgiatura poichè consente di ottenere componenti con forme e contorni prossime a quelle finali per cui l'asportazione riguarda solamente la finitura, limitando così la quantità di materiale rimosso. Il contenimento della percentuale di sfrido, soprattutto nei pezzi di grosse dimensioni, riduce sensibilmente il costo d'acquisto della materia prima e induce nel pezzo un minore incrudimento, con l'eliminazione di alcune fasi di trattamento termico, accorciando così la catena produttiva.
Il procedimento si applica proficuamente alla realizzazione di pezzi assialsimmetrici, e può essere impiegato sia su grezzi cilindrici pieni che tubi preconfezionati o acquistati dalla produzione commerciale, e consiste nella riduzione del diametro di partenza mediante la deformazione conseguente ad una compressione ottenuta con una serie di rulli folli disposti a raggiera entro apposito portautensile dotato di moto di traslazione assiale rispetto al pezzo, che è dotato di moto rotatorio attorno al proprio asse.


Disegno pezzo finito

 

Sequenza delle fasi di lavorazione per deformazione

 

Immagine del pezzo in esame

La ricerca messa in atto non si è limitata alla descrizione del processo di rullatura, ma si è mossa anche lungo altre direzioni: esame dei vari processi alternativi, analisi dei materiali e loro trattamento termico, indagine e comparazione dei costi, il tutto corredato da ampia esibizione di dati, tabelle, calcoli, diagrammi.
Infine non è mancata una attenta proiezione sugli sviluppi futuri e sulle possibilità che questa tecnologia potrebbe offrire.
 

Terzo classificato ex aequo:

Maria Giulia Fichera – Davide Gamarino: “Metodologie e criteri per la gestione della logistica inversa:il caso dei R.A.E.E.” – Università degli Studi di Brescia – Facoltà di Ingegneria.

Da una decina di anni a questa parte si è andato sviluppando sempre più un interesse attorno alla problematica legata ai rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (R.A.E.E.). Problematica così importante tanto da essere portata ai tavoli e discussa ai vertici dell'Unione Europea.
Il motivo di tale apprensione è da ritrovarsi nel vertiginoso tasso di crescita di tali rifiuti e dalla pericolosità che molti di essi rappresentano, oltre al dato di fatto che fino a pochi anni fa (in parte ancora oggi) venivano gestiti in totale assenza di controllo: abbandonati in discariche più o meno autorizzate, inceneriti senza alcun tipo di trattamento o ancora inviati in container verso i paesi più disagiati dove se ne perdeva ogni traccia. Partendo dunque dalle due direttive europee (la n° 2002/96 e la n° 2002/95) emanate nel 2003, al fine di sancire un corretto recupero dei R.A.E.E. da parte dei paesi dell'Unione Europea, Maria Giulia Fichera e Davide Gamarino si propongono di documentare e comprendere quali siano le peculiarità di tali beni, le dinamiche che ne regolano la vendita e la dismissione, al fine di poter analizzare e commentare le richieste legislative, partendo da quello che è il primo stadio di questa catena inversa: la raccolta, cioè il percorso del bene dismesso dall'utente fino a giungere ai centri di trattamento e riciclaggio.
Le apparecchiature elettriche ed elettroniche sono suddivise in:

  1. grandi elettrodomestici
  2. piccoli elettrodomestici
  3. apparecchiature informatiche e per telecomunicazioni
  4. apparecchiature di consumo
  5. apparecchiature di illuminazione
  6. strumenti elettrici ed elettronici
  7. giocattoli e apparecchiature per lo sport e per il tempo libero
  8. dispositivi medicali
  9. strumenti di monitoraggio e controllo
  10. distributori automatici

Per effettuare un'analisi di mercato per questi beni portando l'attenzione solamente su quelli che presentano una diffusione più elevata, è opportuno introdurre anche una classificazione di tipo differente, che viene comunemente utilizzata sia dai produttori sia dagli analisti di mercato. Questa utilizza un duplice criterio che contempla sia l'aspetto esteriore del bene sia il bisogno che questo intende soddisfare:

  1. elettrodomestici “bianchi” (lavatrici asciugabiancheria, frigoriferi, congelatori, surgelatori, lavastoviglie, apparecchi per cottura e per riscaldamento, condizionatori d'aria.)
  2. elettrodomestici “bruni” (TV color, sistemi hi-fi, videoregistratori, autoradio, radioregistratori, lettori CD e DVD, amplificatori)
  3. apparecchi “grigi”(PC, monitor, stampanti, scanner, telefonia fissa e mobile,fax)
  4. elettrodomestici “piccoli”( aspirapolvere e apparecchi per la pulizia della casa, ferri da stiro, macchine da caffè, rasoi, radiosveglie, friggitrici, asciugacapelli, mini-robot da cucina, frullatori)

Tutte queste tipologie di prodotti possono essere raggruppati sotto la comune etichetta di “beni durevoli”, cioè quelli la cui vita utile per l'utente è superiore ad un anno. Si va all'incirca dai 7-10 anni di un elettrodomestico bianco, all'anno di vita che normalmente ha un telefono cellulare (che fa parte degli apparecchi grigi), passando per i 5-8 anni degli elettrodomestici bruni. Si tratta inoltre di prodotti a larghissima diffusione, sia in Italia che nel resto del mondo.
Le numerose tabelle comparative allegate, le accurate indagini di mercato riportate differenziati per prodotto e per area geografica, evidenziano risultati sorprendenti circa le gigantesche dimensioni di questo mercato in forte e continua crescita, al quale corrisponde ovviamente un'altrettanto elevata produzione di rifiuti: l'e-waste o rifiuti elettronici, conoscuiti anche come R.A.E.E. (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche e Elettroniche). Queste tipologie di rifiuti, pur essendo costituiti da prodotti con forme, dimensioni e funzioni completamente differenti, presentano due caratteristiche comuni: buona percentuale di materiali riciclabili - presenza di materiali e sostanze classificate come pericolose.
È facile, quindi, immaginare come da un non opportuno regolamento relativo al loro trattamento sorgano problemi quali:
inquinamento dei suoli, delle acque, dell'aria. Generato dall'abbandono in discariche non protette o da trattamenti errati, parziali o addirittura del tutto assenti: ad esempio l'incenerimento o la triturazione incontrollata che rischia anche di provocare l'inquinamento delle parti normalmente avviabili al recupero come i metalli;
depauperamento di risorse naturali a causa del mancato recupero di materiali quali ferro, rame, alluminio con ulteriore e conseguente impegno di risorse per l'estrazione.
È incredibile per chi non si occupa di questi problemi riuscire ad immaginare quanta parte di energia, quanto materiale di varia natura e quanta acqua vengano impiegati per la fabbricazione di uno solo di questi oggetti. In ogni A.E.E. si trova un'alta percentuale di materie prime-seconde che possono essere riciclate (quali ad esempio: vetro, plastiche, alluminio, ferro, oro, rame) oppure che possono essere utilizzate per produrre energia. Per non parlare di quelle sostanze più o meno nocive che andrebbero eliminate o almeno recuperate.
Poichè il mercato delle apparecchiature elettroniche è in continua crescita e contemporaneamente, con un ritmo quasi tre volte superiore ai rifiuti normali, aumenta il numero degli apparecchi dismessi, e considerando che spesso questi apparecchi non ricevono gli adeguati trattamenti (il 90% finisce direttamente in discarica) causando così la perdita di materiali potenzialmente riciclabili e inquinamento, in netto contrasto con la politica ambientale della comunità europea, l'Unione Europea ha definito le modalità di gestione dei rifiuti derivati da apparecchiature elettriche ed elettroniche. La normativa europea è molto articolata e riguarda tutti gli aspetti della raccolta e dello smaltimento. Compito degli stati membri è recepire la norma e darsi adeguati riscontri legislativi. In Italia ciò avviene mediante una serie di decreti legislativi, qui ben illustrati anche nelle loro parti più controverse, ma non si è tralasciato di dare una panoramica di quanto stia avvenendo in altre nazioni, non solo europee.
A questo punto, chiariti pregi e difetti del recupero e del riciclo, individuati i materiali nocivi e quelli riutilizzabili, preso visione delle normative di legge, è necessario passare a studiare i modi con cui effettuare il tutto, dando vita a quell'insieme di concetti noti col nome di “Logistica Inversa” mediante i quali si struttura e governa l'intero processo, che non è più limitato al tragitto produttore-consumatore, ma si estende ad una visione circolare che in parte riporta al produttore.
La definizione di logistica inversa è, pertanto: “Il processo di pianificare, implementare e controllare l'efficienza e il costo effettivo del flusso di materie prime, semilavorati, prodotti finiti e delle relative informazioni da un luogo di produzione, punto di distribuzione o dal consumatore finale a un punto di recupero o un punto di smaltimento appropriato con lo scopo di recuperare valore o smaltire adeguatamente”

 



Tale studio progettativo comporta, alla fine, una fase operativa che consiste nella realizzazione pratica dei concetti, soprattutto per quanto riguarda la fase più critica, cioè quella dei centri di raccolta, per i quali qui si dà un'ampia descrizione e sicuri suggerimenti.
Il lavoro si conclude con una panoramica della situazione della provincia Bresciana, con una disamina sulle diverse realtà che operano sul territorio, nella quale non mancano, accanto ai rilievi di merito, anche le denunce di ritardi amministrativi e tecnologici.


Terzo classificato ex aequo:

Paola Lanzi: “Dal distretto industriale al meta-distretto: la realtà lombarda” – Università degli Studi di Brescia – Facoltà di Economia.

Il concetto di “Distretto Industriale e/o Artigianale” da numerosi decenni si affaccia nel panorama economico come un fiume carsico: per qualche tempo attira l'attenzione degli economisti, stuzzica il legislatore, si affianca allo sviluppo imprenditoriale, per poi celarsi in un oblio temporaneo da cui riemerge, magari dopo alcuni anni, suscitando le medesime sensazioni. La sua ricomparsa coincide con i tentativi compiuti per inquadrare concettualmente le “osservazioni empiriche in cerca di teoria” capaci di spiegare la fioritura della piccola impresa, la sua efficienza, la sua competitività. In altre parole per concludere quel cammino euristico con l'inquadramento concettuale di questo particolare aspetto dell'industrializzazione che in Italia, e soprattutto al nord – ma recentemente anche altrove fuori dai confini nazionali – ha una così grande diffusione e una fondamentale importanza nell'economia della nazione. Queste, in sostanza, le premesse al lavoro di Paola Lanzi, che esamina con piglio deciso, approfondito e di non semplice approccio anche per chi sia dotato di cognizioni specifiche di teoria economica. Un testo per specialisti, insomma, che parte osservando come il riemergere dei distretti industriali viene spesso considerato una peculiarità inattesa e non del tutto spiegata del capitalismo contemporaneo. Un evento un po' misterioso, apparentemente in controtendenza rispetto alla globalizzazione del mercato che sembra puntare in direzione opposta ad ogni fenomeno localistico.
Il modo più facile d'inquadrarlo è di vederci una forma particolare del “ritorno della piccola impresa”.
Nella cosiddetta “fioritura della piccola impresa” convergono due processi di diversa origine: da un lato la tendenza alla disintegrazione verticale della grande impresa, alla ricerca di una responsabilizzazione più diretta dei dipendenti e dei collaboratori; dall'altro la tendenza di numerosi lavoratori dipendenti a mettere a frutto le loro conoscenze produttive ed il loro generale saper fare per tentare la via del piccolo business.
Il distretto industriale è stato definito come “un'entità socio-territoriale caratterizzata dalla compresenza attiva, in un'area territoriale circoscritta, naturalisticamente e storicamente determinata, di una comunità di persone e di una popolazione di imprese industriali”.
I caratteri comunitari dell'ambiente sociale influenzano i rapporti economici. Difatti, uno degli elementi distintivi di questa forma di organizzazione è costituito dalla cooperazione reciproca fra gli operatori locali.
La consuetudine alla cooperazione ha effetti importanti anche sulla fiducia all'interno del distretto perchè aumenta il livello “normale” di fiducia sul comportamento degli operatori locali con i quali si entra in rapporti di affari per la prima volta e presenta il vantaggio di rendere meno fragile la fiducia facilitando il suo mantenimento.
La fiducia personale è un capitale che genera rendimenti futuri attraverso transazioni che altrimenti non sarebbero realizzate perché ritenute troppo rischiose.
Ampio spazio viene dato allo studio della gestione delle risorse umane, i cui risultati evidenziano un quadro contraddittorio: da un lato, elementi di arretratezza ed assenza di consapevoli politiche del lavoro; dall'altro lato, chiari segnali di evoluzione verso strategie intenzionali di valorizzazione delle risorse umane, che porta a individuare il problema nella costruzione di un grado di fitness efficace tra le legittime esigenze delle imprese e le altrettanto legittime aspettative dei lavoratori e delle loro comunità di riferimento. Tale meta-funzione della gestione delle risorse umane richiede un quadro istituzionale e regolativo profondamente innovato sia sul piano contrattuale che sul piano non contrattuale. A ciò si contrappone, paradossalmente, la pressoché totale assenza di conflitto tra le parti nonostante il consistente grado di sindacalizzazione degli imprenditori, e soprattutto dei lavoratori dipendenti.

Se allora ci si domanda come ciò sia possibile, la risposta viene dall'esame dei vari tipi di gestione che governano le piccole aziende:
Esistono tre modelli di governance:

  1. il modello familiare con orientamento tradizionale alla gestione delle risorse umane;
  2. il modello familiare in transizione con orientamento alla flessibilità difensiva;
  3. il modello post-familiare con orientamento alla flessibilità innovativa.

Con queste premesse di fondo, la dimensione territoriale si è progressivamente affermata, negli ultimi anni, come una delle chiavi attraverso cui va letta la complessità industriale;ossia la varietà e variabilità dei modi con cui la produzione si organizza e funziona nei diversi contesti: nazionale, settoriale, aziendale e locale. Decisive sono state, sia le esperienze del “capitalismo giapponese” che quelle delle piccole imprese italiane concentrate nei distretti industriali: ciascun luogo mobilita nella produzione la propria conformazione naturale, la propria storia, la propria cultura, la propria organizzazione sociale: tutte risorse e circostanze che, prese nella loro combinazione, sono diverse da quelle che possono venire mobilitate da ogni altro luogo.
Ma lo sviluppo della produzione industriale non è disgiunto da un processo di produzione di nuova conoscenza che non potrebbe riprodursi a livello locale se non esistesse un meccanismo che consente di sposare la conoscenza esplicita, codificata, che circola nella rete globale, con la conoscenza tacita, contestuale, del singolo sistema locale. Questo meccanismo che è poi l'applicazione del sapere scientifico e tecnologico alla risoluzione dei problemi della vita e dell'industria, attiva un processo di integrazione tra le due sfere cognitive: quella locale, legata al contesto; e quella globale, legata ai codici. Questa integrazione può realizzarsi attraverso:
codici tecnologici, codici organizzativi, codici comunicativi.
Secondo un'utile schematizzazione l'apprendimento si articola in:

  1. socializzazione della conoscenza tacita, quando viene esteso il contesto di esperienza condivisa;
  2. conversione della conoscenza tacita in esplicita;
  3. ricombinazione delle conoscenze esplicite;
  4. assorbimento di esse nei processi concreti del fare (con produzione di sempre nuova conoscenza tacita).

Si giunge così all'ultima parte dello studio, nella quale si passa dalle questioni generali al particolare contesto della Regione Lombardia e della Provincia di Brescia e alla definizione dei “Meta Distretti”, intesi come un qualcosa che abbia due obiettivi principali:

  1. strutturare sul lungo periodo un tessuto industriale che ha vissuto delle performance felici negli ultimi decenni;
  2. garantirne di conseguenza la maggiore competitività possibile nonché la maggiore diffusione sul territorio, in modo da “distribuirne” l'effetto benefico di crescita.

In particolare sono state definite due tipologie di distretto:
I distretti industriali “tradizionali”, basati sulla specializzazione produttiva, che sono quelle aree maggiormente consolidate e mature ove sono sedimentati da tempo sistemi produttivi qualificati. Applicando indicatori economici e sociali per lo sviluppo locale, di stretta derivazione dal quadro normativo statale e regionale di riferimento, sono stati individuati 16 distretti industriali “tradizionali”.
I “meta-distretti”o distretti tematici sono quelle aree caratterizzate dalla presenza di filiere produttive ove, ai rapporti di contiguità fisica tra le imprese, si sostituiscono i rapporti di rete ed una crescente interazione tra imprese produttive, centri di ricerca e della conoscenza e attività di servizio della filiera.
Nell'allegato 1 della DGR n. 7/6356 del 5 ottobre 2001 “individuazione dei meta-distretti industriali, distretti/tematici, in attuazione della LR 5 gennaio 2000, n. 1” la Regione Lombardiaha individuato i Distretti Tematici o Meta-Distretti, che rappresentano aree tematiche di intervento di tipo orizzontale non limitate territorialmente e spinte verso una forte integrazione intersettoriale, caratterizzate dal trasferimento del patrimonio conoscitivo al campo applicativo.
Si è passati da un modello basato esclusivamente sul concetto di concentrazione (specializzazione) territoriale e settoriale (distretto), ad un concetto di “interazione/integrazione” settoriale e territoriale (meta-distretto).
La finalità è quella di definire dette aree di “eccellenza produttiva” specializzate tecnologicamente ed attente a sviluppare politiche di incentivazione alla cooperazione tecnologica tra imprese e tra imprese e centri di ricerca tecnico-scientifica al fine di rafforzare la capacità competitiva sui mercati locali ed internazionali.
In Lombardia sono state individuate 5 aree meta-distrettuali nelle seguenti filiere:

  1. Moda
  2. Nuovi materiali
  3. Altre biotecnologie
  4. Biotecnologie alimentari
  5. Design
  6. Informatica e telecomunicazioni

Le novità di questo provvedimento sono tre. La prima è strettamente legata all'individuazione sul territorio di ripartizioni territoriali, che esprimono non più una concentrazione territoriale di imprese specializzate in particolari settori produttivi, ma l'individuazione di aree caratterizzate dalla compresenza di imprese specializzate in alcune filiere di produzione. Il secondo elemento innovativo è legato al mutamento della scala territoriale a cui il meta-distretto si struttura. Infine, il terzo elemento innovativo dei meta-distretti è il rapporto diretto della ricerca come elemento qualitativo dei sistemi industriali.
Il termine meta-distretto sottintende quindi il passaggio dal concetto classico di distretto industriale, che identifica un singolo territorio con una singola produzione, ad un sistema produttivo multilocalizzato e più interattivo rispetto al passato.La promozione dell'eccellenza del meta-distretto si attua con la capacità di innovare processi e sviluppare nuovi prodotti, ed è uno strumento fondamentale per mantenere la competitività delle imprese a fronte di una globalizzazione dei mercati sempre più aggressiva.
I sistemi locali lombardi rappresentano spesso le punte avanzate sia in termini tecnologici sia d'innovazione organizzativa nel contesto del mercato internazionale dei rispettivi settori. Le piccole e medie imprese (PMI), grazie alla loro capacità di adeguamento in tempi brevi alla struttura sociale dei mercati, sono diventate una sorta di modello di riferimento e, secondo numerosi studiosi, rappresentano la soglia dimensionale ottimale nell'ecosistema industriale.
Nella Provincia di Brescia la dinamica economica segue precisamente questo modello di sviluppo, quindi vi sono le seguenti peculiarità:

  1. elevata specializzazione produttiva;
  2. tessuto molto ricco di piccola e media impresa;
  3. presenza di numerosi comparti produttivi all'interno dei settori di specializzazione;
  4. diffusa interdipendenza produttiva che favorisce il crearsi di un clima di collaborazione e di una spontanea circolazione delle informazioni;
  5. strettissima connessione con il territorio ed il sistema socio-economico locale.

Si configura quindi uno scenario positivo nello sviluppo della Provincia di Brescia, risultato di diverse politiche locali.
Il Polo di Brescia non si deindustrializza, ma rafforza alcune “vocazioni” e ne affianca di nuove. Il terziario cresce nei servizi di rete e per il settore produttivo e migliora complessivamente nella qualità dell'offerta. Si stabilizza il benessere diffuso, diminuisce la tensione sociale, migliora la qualità della vita. Progrediscono i progetti infrastrutturali, migliora il processo decisionale, aumenta la governabilità del sistema.

Pubblicato Mercoledi 09 Gennaio 2008 - 19:17 (letto 5273 volte)
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